PEDEROBBA COUNTRY NEWS.... from the soul of the venetian people...

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1998, Il campo della associazione culturale LA CRIOLA di Pederobba, Covolo di Piave - TV
Un pomeriggio al campo, una occasione di dipingere assieme ai pittori

 della ass. cult. LA CRIOLA.
Solo uno tei tanti incontri fatti dal 1996 al 1999, al campo in via Guizzetta 

a Covolo di Piave ( Treviso, Italy)


Il "campo della Criola" nacque attorno il 1996 con tutti i permessi in regola, con tanta gente che cercava libertà di pensiero e azione, con la creatività che cercava spazio.
Gian Berra e soci dell'associazione LA CRIOLA organizzarono decine di incontri:
Feste sociali e pittura all'aperto per adulti e bambini. Incontri di poesia New Age, incontri con l'istituto di psico sintesi di Padova, incontri con l'istituto Mediterraneo di Vicenza, Incontri musicali, Incontri di Yoga e ginnastica libera, corsi di pittura all'aperto, festa dell'equinozio di giugno, passeggiate sulle rive del Piave alla ricerca dell'anima della Natura, festa di Beltane e incontri liberi anche solo per stare assieme.
 
L'ass, cult, LA CRIOLA, aveva iniziato la sua attività nel 1991 e nel 1993 iniziò la sua attività creativa con i corsi pratici di pittura che durarono fino al 2005. in cui l'associazione terminò le sue attività. In tanti anni gli allievi dei corsi furono circa 800. Ha organizzato almeno 150 esposizioni di pittori nella nostra regione.

Ma nel 1999 il Campo della associazione culturale La Criola venne fatto chiudere d'autorità.
Tutti si domandavano il perché del fallimento, della fine del campo in via Guizzetta. Io Gian Berra ho tentato di spiegare loro in modo discreto la questione. Ma ho notato nei loro sguardi attoniti l'incredulità e lo smarrimento.
Non capivano il perché di tanta paura e odio verso l'attività dell'associazione.
 
Ora mi sento vecchio, e conservo le energie rimaste dopo tanto lavorare per la gente. Ma mi dispiace osservare la povertà culturale che è rimasta.
Ma io ho seminato un piccolo pugno di semi alle persone che mi hanno seguito per un po'.
Forse germoglieranno? Chi lo sa?
 
Gian Berra 2012.

 

 

PEDEROBBA COUNTRY NEWS

 

 

 


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Il gelso magico di Menola

storia pagana di

Gian Berra

Un racconto di Gian Berra del 2012. Inno a Pan e alle radici vive in tutti noi... testimone il morer, l'albero del

 

http://www.scribd.com/baroque2/d/28909678-Menola-e-Il-Morer-Gian-Berra-2012-Il-gelso-magico-di-Menola-Storia-pagana

 


 Nelle terre dei vescovi di Venezia accadono anche cose sporche... e  vive di Vita. Sulle rive del fiume sacro alla patria, Il Piave.

Storia di sesso estremo e pagano, senza limiti. Storia vera narrata a Gian Berra da Menico in persona. Evento notevole vicino a Segusino, Pederobba, Ciano del Montello e Covolo di Piave. Un popolo servo come quello veneto no sa come fare a meno dei vescovi di venezia e calarsi le mutande a comando. Ma forse il Dio Pan può dare una risposta.

Gian Berra 2012


 

 

 

 

 

 

 

 

 


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The Magic Mulberry Tree of Menola,

  a Gian Berra story.

  A tale of Gian Berra in 2012. Hymn to Pan and living roots in all of us ... Witness the Morer, the tree of the blackberries.

 

 In the lands of the bishops of Venice dirty things happen, to live life. On the banks of the sacred river to the country, the Piave.
 History of extreme  and pagan sex, without limit. True story told to Gian Berra by Menico in person. Noteworthy event near Segusino, Pederobba, Ciano del Montello   and  Covolo di Piave. A servant people like Venetian not know how to do away with the bishops of Venice and drop their pants on command. But perhaps the god Pan, may give an answer.
  Gian Berra 2012


http://www.scribd.com/doc/89610537/The-Magic-Mulbarry-Tree-of-Menola-Gian-Berra-2012

 

 

 

 

 

 

 Pederobba, osteria da Rafael, a Covolo di Piave - Treviso

 Una storia di ignoranza e impotenza

 
Il nuovo sito tutto su Pederobba, Curogna, Levada e Covolo di Piave. Tante foto e ricordi di Gian Berra:

 

Il nuovo sito su Google su Segusino, Riva grassa, Stramare, Milies e la valle dei Mulini a Segusino: l'anima di Gian Berra offre i i suoi ricordi:
 
 
free in internet by Gian Berra:
 
 
 

 

 
 
 
 
 
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 Pederobba, l'osteria da Rafael, un ricordo distrutto per sempre dall'ignoranza e dalla indifferenza. Veneti, un popolo senza storia ne identità?
 

 

 
PEDEROBBA
OSTERIA DA RAFAEL
UNA RADICE STRAPPATA
 
 
riflessioni
di
Gian Berra
 
 
© Gian Berra 2010
Covolo di Piave, Treviso
 
Tutti i diritti riservati. Per contattare l'autore:
Gian Berra Email:    gianberra@hotmail.com
oppure cercandolo direttamente...
 
 
“Riflessioni e dialoghi di Gian Berra riguardo i ricordi, le impressioni, le
chiacchiere, la gente e la natura di uno scampolo di vita passata alle Barche
di Covolo di Piave. Tutto è reale o fantasioso dietro il filtro creativo
dell'artista che osserva l'apparenza della realtà.
E ogni volta  egli rimane stupito che così pochi la vedano come lui.
 
Naturalmente ogni riferimento a fatti o persona reali è puramente casuale e
non corrisponde alla realtà vera.”
 
Gian Berra
 
 
 
Gian Berra hippie nel 1973
Una avventura iniziata allora...
 
 
 
Questa opera è disponibile gratuitamente su internet al sito di  www.Lulu.com
 
all'indirizzo      http://stores.lulu.com/baroque
 
 
 
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Pederobba, tutti hanno visto, ma nessuno ha ascoltato la voce del cuore che piangeva e urlava la sua disperazione. Perché?
 
 
 
Gian Berra è documentato su internet in diversi siti rilevati in automatico
da Google.
Tra gli ultimi:
 
 
 
 
 
Prima edizione su internet: primavera 2010
 
 
 
Covolo, marzo 2010
 
Ecco, marzo è già arrivato alle Barche e mi sento pronto
a dare corpo ai miei pensieri.
Anche essi escono da un freddo inverno, e ne sono felici.
Queste riflessioni solitarie mi hanno pregato
di essere tradotte in parole e immagini.
Forse è l'unica cosa che so fare discretamente bene.
Spero che qualcuno le legga in un futuro che non so definire.
Sto invecchiando e dopo tanto fare non mi resta che
parlare al vento.
Gian Berra
 
 
 
   L'orchidea nascosta
 
     Tutti possono sentir parlare dell'orchidea nascosta,
     ma la sua fragranza e' contenuta solo in noi stessi.
     Il saggio stesso non potrebbe togliercela,
     e non e' neanche il fiore più' profumato.
     La rugiada cade nella lunga mattinata,
     la primavera della giovinezza arriva più tardi.
     L'uomo comune non sa perché' l'erba al lato del sentiero,
     emana quel profumo fragrante.
spacer.gifspacer.gif     Cui Tu (Dinastia Tang)
 
 
 
 
 
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 Pederobba, abbandono di una cosa che è un rifiuto da gettare via. Il domani viene avanti con tanta pulizia esteriore. Il cuore degli ignoranti non ha colpe.
 
 
1 – Le Barche
 
 

 

Venni alle Barche più di venti anni fa. Ero un giovane uomo acerbo e ancora
con l'entusiasmo di sperare che il bello vivere fosse ammirare la Vita che ci
sta attorno.
I pomeriggi erano una occasione unica per incontrare la natura di questo
angolo incantato che mi pareva essere un piccolo paradiso rimasto intatto
fuori dallo scorrere del tempo.
Spesso mi accompagnava Paolo, il mio primogenito. Ma di domenica anche Rosa,
mia moglie mi seguiva fino alle rive del Piave. Lei raccoglieva fiori
selvatici e mi indicava le erbe utili alla salute.
 
La mattina di un sabato primaverile allungai il passo fino quasi alle grave
di Crocetta.
Erano posti isolati, quasi selvaggi. Le piene del Piave avevano invaso la
ghiaia con sterpi, rami e banchi di sabbia. Qualcuno camminava curioso come
me tra quella natura primordiale. Incrociai nel sentiero un uomo che forse
era un cacciatore. Lo salutai e lui mi restituì il saluto. Mi venne spontaneo
dire:
- Che bella mattina, che bei posti!
Lui mi guardò dubbioso, forse sorpreso. Rispose con aria seria guardandosi
attorno pensieroso forse in cerca di qualcosa di “bello”:
- No, non sono belli... Mi rispose...
Poi imbarazzato di ciò che aveva detto proseguì svelto per la
sua strada.
 
Mi rimase l'immagine della sua delusione. E  ne cercai la ragione provando a
vedere se c'era qualcuno altro che amava la natura o le immagini che gli
stavano attorno. Scoprii ben presto che quasi nessuno si guardava attorno.
Ciò che vedeva erano solo “cose”.
Durante le mia passeggiate mi guardavo attorno sempre curioso di ogni
scorcio. Notavo nei campi la presenza di qualcuno in lontananza e pareva
cercasse di non farsi notare troppo.
Un anziano curvo a studiare i suoi filari di viti si guardava torvo attorno in cerca di un difetto
o di un pericolo imminente. Aveva spessi occhiali e fissava i confini del suo campo.
Aveva visto alcuni bimbi calpestare un angolo della sua proprietà.
Vidi in lui uno sguardo furioso di rabbia per qull'offesa imperdonabile.
Urlò qualcosa come un raglio rabbioso e vidi i bambini fuggire.
C'era della gente che guardava, ma nessuno disse nulla. Uno osservò i mio sguardo attonito
ed ebbe il coraggio di dirmi di non preoccuparmi troppo.
Quel vecchio scontroso non parlava mai con nessuno e girava la schiena a tutti.
Era fatto così e tutti lo accettavano sconsolati.
 
Erano quasi sempre persone anziane. Vecchi ormai curvi e dall'aria schiva.
Ogni tanto vedevo delle signore anziane a gruppetti di due o tre.
Avevano l'aria di chi controlla qualcosa o qualcuno. Presi nota che
occupavano quasi sempre lo stesso posto.
In un vicolo, vicino alla via Barche, davanti alla chiesetta da poco ridipinta, mi sorprese la presenza
di una anziana signora che stava perennemente alla finestra e osservava la piccola piazza di fronte.
Controllava con puntiglio ogni persona che passava e ne prendeva nota.
Pareva si trovasse bene in quel ruolo. Dava valore alle sue giornate
custodendo la facciata della chiesetta di via Barche e dando un giudizio su ogni
passante. Il suo era il giudizio di Dio.
Lei poi riferiva tutto alle sue amiche. Era la custode delle chiacchere.
Diffondeva come sale giudizi e condanne. Ma anche lodi se ciò piaceva a lei.
Anche lei, come tante sue amiche sono morte no rimane di loro nemmeno l'ombra di un ricordo lieto.
Altre vecchie e vecchi se ne andranno presto all'ombra del campanile che punta il cielo durante 
la grande festa dei fagioli rossi.
 
Parlo spesso con i giovani che occupano le case lasciate libere dai vecchi. Pare
che talvolta tirino un sospiro di sollievo. Ma mi hanno detto che ci vorranno anni prima
di sentirsi veramente liberi.
 
Cominciai a riconoscere le immagini di quegli occupanti schivi e sospettosi.
Mi accorsi che stavo entrando un po' alla volta nella realtà di quel borgo al
tramonto.
 
Le Barche è un borgo vecchio. Ancora è annotato nelle mappe come “borgo”,
mentre Covolo, la frazione principale appena accanto, neppure viene indicata.
Le Barche è un borgo antico, rimasto fuori dagli eventi e dimenticato senza
rimpianto.
Chi sono gli abitanti delle Barche? Ora, mentre sto scrivendo queste note, la
popolazione sta cambiando un po' alla volta. Stanno arrivando famiglie
giovani negli alloggi lasciati liberi dai vecchi che sono morti.
 
Gelindo, un amico che qualche volta mi regala dei pareri mi disse una volta:
 
“ Alle Barche sono rimasti solo i vecchi. Speriamo che muoiano tutti in
fretta, almeno cambierà anche quella realtà falsa e ignorante...”
 
Non sono sicuro che Gelindo abbia del tutto ragione. Anch'io mi sento vecchio
dato che sto per compiere 63 anni. A me sembrano tanti forse perché ho avuto
una vita varia, disordinata, intensa e carica di emozioni. A mio parere  la
mia è stata una vita abbastanza lunga.
Comincio a stufarmi.
Però le parole di Gelindo sono anche un po' vere. Perché i vecchi delle
Barche hanno fatto fuggire i giovani? Perché i loro figli se ne sono andati
fuori e non sono tornati nel borgo... che alla morte dei vecchi.
 
Non mi posi  questa domanda quando i primi tempi incontravo per strada quelle
figure dall'aria triste. Era ancora troppo presto per capire.
Dovevo avere pazienza e lasciai fare al tempo. Così continuai a scoprire  con
curiosità quel borgo. Ogni immagine cambiava con le stagioni e gli stimoli
che mi dona ancora le Barche di Covolo di Piave,  mi hanno fatto doni unici
che ancora commuovono il mio animo. La primavera e l'autunno sono le stagioni
che preferisco per rubare spunti per dipingere i miei quadri. La Natura del
Piave è magica e fuori dal tempo.
Il Piave dona alle Barche un ruolo senza tempo. Il Piave allarga lo sguardo
oltre le piccole miserie quotidiane di ogni vita. Peccato che gli abitanti
delle Barche non lo vivono come una occasione di vita. Rinunciano ad una
quota di energia vitale preziosa. Sembra che aspettino solo di morire. Per
andare dove?
 
Ma come al solito parlo troppo. Invece dovrei stare sulle cose concrete. Per
esempio le stupende sere d'estate passate al grande luna park che nel mese di
agosto la pro loco di Covolo organizzava alle Barche, sul greto del Piave.
Nella seconda metà degli anni '80 ogni agosto era una festa sul Piave.
Giostre, fuochi artificiali, musica da ballo, braciole, polenta e vino,
fagioli a volontà, ragazzi e vecchi tutti assieme.
Mi avevano anche permesso di esporre i miei quadri sotto il tendone
principale. E la notte illuminata. Ci andavo con la mia famiglia ed erano ore
liete.
Che lusso!
 
Poi più nulla. Tutto finito, la festa era finita. I permessi vennero
ritirati, la festa proibita, la gioia di stare assieme troppo bella. La vita
era una cosa seria per ridere e tutto finì. Di chi era colpa? Lo domandai a
qualcuno, ma le risposte erano evasive e incomplete.
Gelindo mi disse che era colpa del prete. Ma quale prete può voler una cosa
del genere? Togliere alle pecorelle del gregge un po' di svago? Scherziamo?
Altri mi sussurrarono che era colpa dei partiti politici. No,mi pareva
impossibile che la politica fosse così cattiva.
Atri dissero che era proprio chi abitava alle Barche a voler mandare via la
festa dal Piave. Non ci credevo. No, non è vero!
C'è chi gode a farsi del male. Pare costui  ami mettersi in croce da solo. E
pretende che lo facciano anche gli altri. Che orrore se fosse vero!
In questo caso i giovani avrebbero fatto davvero bene a scappare dalle
Barche.
Ma io non ci credo. L'essere umano può essere convinto anche a odiare sé
stesso. Ma non siamo più nel medioevo.
Oppure si?
 
Pensieri inutili e che non conducono a nulla. La realtà è ben più varia.
 
Io però alle Barche ci vivo e l'entusiasmo di descrivere questo posto mi
riempie il cuore. Chi leggerà il seguito?
 
 
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        Osteria da Rafael, misura 20X30, dipinto di  Gian Berra del 1984
 
 
 
La strada dietro via Barche tagliava par i  campi e portava sino alle grave
del Piave. Via dei Rostirolla era un tuffo nel niente. La mente poteva
spaziare libera tra alberi da frutta e poche case isolate.
In fondo la grande casa padronale “dei Rostirolla” era a qui tempi già
abbandonata e nell'edificio delle stalle l'edera copriva le pareti di sasso.
Poi più oltre si scendeva e l'orizzonte si apriva sul fiume.
Ma potevo girare in anticipo per via Barche a così magari fare una sosta
nell'unica osteria di Covolo.
Spesso Rafael era fuori a fare ordine. Magari scopare il piazzale; o
rimettere ordine tra le bombole di gas.
Rafael era sempre di buon umore. Ti guardava con interesse e aspettava una
tua parola. Attendeva gli attimi con quella calma di chi aveva imparato ad
accettare ciò che ci viene dato dalla vita.
Dalla primavera all'autunno le porte dell'osteria erano sempre aperte. Erano
anni speciali: da giugno a metà agosto la gente andava al Piave a fare i
bagni e a prendere il sole.
Nessuno si vergognava di avere pochi soldi per pagarsi una vacanza al mare.
Il Piave era l'occasione per far incontrare i giovani. Lunghe mattinate e
pomeriggi al sole o all'ombra. Poi la sera in sala da ballo o a passeggiare.
 
Rafael portava i gelati e bibite fin giù al Piave. Rafael pareva senza tempo;
ogni anno uguale, ogni anno presente.
Rafael era il testimone attivo di questa piccola comunità. Raccoglieva  con
distacco le chiacchiere e i pettegolezzi e poi andava oltre senza giudicare.
 
Quando tornavo dalla mia passeggiata mi femavo volentieri da Rafael. A quei
tampi non ero cosciente della fortuna di avere vicino casa un luogo così
speciale. Ma percepivo che qualcosa mi attirava tra quelle vecchie mura.
Solo ora che tutto ciò non esiste più sento ciò che abbiamo tutti perduto.
E non tornerà mai più.
 

 

Ecco una foto dal cielo della osteria da Rafael. Ancora presente su Google
Maps l'immagine è ancora presente grazie ad internet.
 
 
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Pederobba, un fallimento silenzioso. La cultura non abita da queste parti. Basta un campanile e una sagra carica di fagioli rossi. Il mondo può anche sparire. 
A noi non interessa niente oltre il nostro orto: parola di veneti ex alpini e lavoratori senza paura.
 
 
 
2 – Dentro la nebbia dei ricordi e delle sensazioni
 
 
D'inverno le porte dell'osteria erano ben chiuse. Il vento del Piave non
perdona. Ma d'estate tutti potevano dare un'occhiata all'interno fumoso e
buio di quel posto dal soffitto troppo basso.
La gente di Covolo di Piave, non amava troppo quel posto-
Sapeva troppo di povertà e di stenti.
La gente delle Barche non voleva ricordarsi della propria povertà e miseria.
Il borgo delle “barche” era solo un posto di passaggio che viveva su quelli
che in mancanza di un ponte, passavano di là per traversare il Piave.
Vi pare poco?
Ma quando i poveracci del posto cominciarono a sognare di essere diventati
finalmente benestanti e trovarono un obiettivo di riscatto alla miseria in
cui avevano vissuto per secoli.
Ma non tutti rimasero in quelle case da miserabili. Tanti scapparono nei
dintorni e oltre. Volevano nascondere la vergogna di essere poveri e senza
terra.
Fu così che molte casette fatte con economia e amore si svuotarono e i corvi
vi fecero i loro nidi assieme ai topi.
Nella via nascosta che costeggia l'orlo alto sul Piave, la famosa via
Baracca, sono ancora visibili le casette costruite sull'orlo del burrone sul
Piave.
 
Piccoli tuguri fatti da gente che voleva un posto suo. In pezzo di muro, un
tetto, un orto da rivendicare come suo.
Tutti in bilico precario sul vuoto.
Ricordo che alcuni anni fa proposi alle associazioni culturali di questo
ricco comune di Pederobba una giornata per la riscoperta del borgo delle
Barche e di via Baracca. Era una serata d'autunno e tutte le associazioni
culturali del comune erano riunite in una grande sala. Ero presente anch'io
con l'associazione culturale che avevo fondato nel 1991: l'ass. Cult. La
criola.
Quando feci ala proposta la sala divenne muta ed imbarazzata. Pareva mi fossi
espresso in arabo. Forse lo era davvero?
 
No, non era arabo. Le persone che sedevano in sala avevano capito benissimo.
Ma l'imbarazzo di riconoscere sé stessi era troppo grande.
E li scusavo.
Così non ci pensai più. Ognuno rappresenta sé stesso ed è felice nel modo che
preferisce.
 
***
 
Così Rafael continuava indifferente a seguire e curare la sua osteria. Le sue
stagioni avevano gli orizzonti di sempre.
Pochi abitanti del luogo lo degnavano di una visita all'osteria.
Quel posto era troppo dimesso, povero e vecchio.
Rafael viveva da solo, senza una donna. Forse per questo la gente delle
Barche lo riteneva anche sporco, fumoso e poco raccomandabile.
Rafael era felice. Almeno io lo vedevo così. Mi pareva che avesse superato da
tempo le aspettative su qualcosa da ottenere da quel borgo.
Rafael pareva guardasse oltre quei pochi sopravvissuti ai tempi che
cambiavano con tanta fretta. Lui non ne aveva molta fretta.
Quando entravo nel suo locale sentivo l'aria secca di quei muri vecchi di
cento anni. Anche se appena imbiancati, mantenevano una vaga patina d'avorio.
Come un mantello di stanchezza e di abbandono.
Eppure quei muri erano pieni di orgoglio. Era il sentimento dei bambini che
sono cresciuti liberi e senza i dubbi. Ma troppi bambini anche oggi crescono
senza amore, e con tanta paura.
No davvero! Quei muri sapevano di esserci, di esistere.
Per questo Rafael era felice.
Non era mai solo.
 
 
Rafael non stava mai fermo. Il piccolo cortile davanti l'osteria era
piastrellato di lastre di porfido e teneva lontana la polvere.
 
Un grande pino dritto e vigoroso malgrado l'indifferenza, marcava l'angolo
tra via Rostirolla e via Barche. Di fianco c'era anche lo spazio per una
aiuola di fiori stenti.
Un rampicante di lillà si aggrappava al muro della facciata della vecchia
casa e quasi arrivava all'insegna dipinta sulla facciata.
L'insegna quasi non si vedeva più, ma spiccava il suo sfondo bianco.
 
 
 
***
 
 
La stanza in cui si entrava era piccola e con il soffitto basso.
Alla sinistra c'era il banco. Basso e lungo quasi quanto la parete, il
bancone risaliva nello stile al dopoguerra. Forse i primi anni cinquanta?
Forse era più vecchio? Era ricoperto di formica colorata e con i bordi in
alluminio profilato.
Rafael lo lucidava ogni giorno. Era un banco pretenzioso e si imponeva dentro
quella stanza un po' povera e dimessa.
Il colore della formica era di un verde scuro che non stonava con l'atmosfera
della sala.
Ma la macchina da caffè di Rafael era il vero monumento. Grossa e alta aveva
il corpo cromato e brillante; i suoi lati erano colo oro opaco.
Quella era una macchina seria e incuteva rispetto.
Sopra portava un contenitore in plastica ormai opaca che proteggeva dalla
polvere le tazzine asciutte, Ma da dietro di intravvedevano due enormi
manopole con i manici in bachelite scura.
Quando Rafael le abbassava con perizia pareva che una locomotiva provasse le
caldaie e una nuvola di vapore si spandeva attorno.
In quell'attimo pareva si scatenasse l'inferno e tornava il sorriso nella
faccia di Rafael. Quello era il suo potere!
E il caffè o il cappuccino era sempre di gran classe.
Rafael usava il vapore della caffettiera anche per fare  il “grog”
all'arancia o per il “vin blulè”. Rafael non risparmiava sullo zucchero, la
cannella o la noce moscata.
 
 
 
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 Pederobba. Il buio oltre la siepe: cosa guardare ancora? Il futuro di un popolo come quello veneto è solo il vuoto.
Anime che non hanno lasciato nulla ai propri figli. Cosa diranno i nipoti di questa gente?
E cosa penseranno i figli dei nipoti quando cercheranno un ricordo tra le macerie che rimangono a testimoniare una cultura morta per sempre?
 
 
Ecco come si presentava l'osteria di Rafael s chi andava verso il Piave.
Ma spesso Rafael non c'era e la porta dell'osteria era chiusa. Perché?
Rafael aveva anche altri incarichi importanti: era lui che portava le bombole
di gas agli abitanti del borgo.
Usava un carrettino che si era costruito con due vecchie ruote di bicicletta,
Ma negli ultimi anni aveva comprato un lussuoso veicolo. Un furgoncino
Bianchina Innocenti.
Avete presente la Bianchina di Fantozzi? Ecco, proprio quella. Solo che
quella di Rafael era con la parte posteriore furgonata. Adatta allo scopo di
consegnare le bombole di gas.
Era una piccola macchina color bianco sporco. Ottima per ogni lavoro e spesso
era parcheggiata nel piazzale a fare orgogliosa bella mostra di sé.
Già, anche la macchina di Rafael portava e mostrava orgoglio. Se ne fregava
del giudizio di chi la guardava con disprezzo e sufficienza.
Sapete chi sono i “can refatti”? E' una vecchia espressione veneta usata una
volta per definire i piccoli borghesi di ogni tempo. Piccola gente che
ritiene di essere diventata importante e degna di considerazione solo perché
mostra il risultato dei soldi che ha il banca o alla posta.
Gente che arriccia il naso con aria di schifo per il cattivo odore degli
altri e dipinge spesso la casa per fare bella figura. Cambia macchina nel
tentativo di averla più bella dell'odiato vicino. Controlla chi manca dalla
messa domenicale e spia dalla finestra in cerca di una nuova chicchera.
Alcuni di questa razza frequentano i gruppi di preghiera, ma poi dimenticano
l'amore. Organizzano la “Pro Loco”, ma tengono lo sguardo troppo in basso.
Le Barche sono poca cosa. Poche case e quattro gatti. Ma la cattiveria sta
nascosta dietro le porte e le finestre. Rafael non se ne curava.
Rafael adorava la sua macchina da caffè e la sua Bianchina furgonata.
 
 
 
 
Che fortuna alzarsi ogni mattina e poter aprire di nuovo un'altra volta!
Così l'osteria avanzava negli anni e il popolo d'Italia diventava ricco e
sperava che la miseria non tornasse più.
Sperava che quella vecchia e decrepita osteria non sporcasse più la nuova
pulita e ordinata immagine che il paese si era costruito.
Rafael non si curava di apparire, lui “era”. Gli bastava essere. E vivere
ogni attimo come una conquista. Aveva già tutto.
 
Rafael era un artista. Ecco l'ho detto senza vergogna. Un artista vive e dona
agli altri i suoi sogni e attende una risposta. Ogni volta che riceve il
silenzio o lo sdegno, l'artista riprova a giocare e riprova ancora.
E' questo che lo rende felice. I ciechi rimangono tali sino alla morte.
Che importa? A Rafael non importava.

 

***
  
Ma a quei tempi le osterie vendevano anche sigarette, Rafael non ci
guadagnava nulla, ma era un servizio per i clienti e spesso andavo da lui per
un pacchetto di Diana o di MS. Allora fumavo, poi ho smesso, almeno per un
buon periodo.
 
 
 
Ma il tempo fa scorrere le stagioni. E io non me ne accorgevo. Allora ancora
giravo in Italia e all'estero con i miei quadri. Ero sempre in giro per
mostre e incontri. E venivo poche volte da Rafael.
Una mattina ero passato a far visita ai miei genitori che già da qualche anno
vivevano in via barche.
Notai Rafael che chiacchierava con un grosso signore proprio davanti la sua
oteria. Si girarono appena a guardarmi, poi tornarono alle loro faccende.
 
 
 
3 – Arriva l'autunno.
 
 
Non feci caso a quell'incontro. Ma poi ripensandoci in un attimo di calma mi
ricordai di quel grosso signore dall'aria burbera e scontrosa.
Era un signore che avevo già visto mi aveva colpito per un fare scocciato e
un po' distante. Anche lui ora non c'è più. Se ne andò da questa terra forse
stufo di scrivere carte e ascoltare tante voci. Penso lavorasse negli uffici
del comune.
Non seppi mai cosa faceva da Rafael. Non mi interessava, ma la cosa non era
rassicurante. Quando la burocrazia si muove non lo fa per niente.
Sentii una tristezza dentro il cuore.
Già intuivo qualcosa, e non mi piaceva.
 
Così evitai di tornare in via Barche il giorno dopo. Ma poi non resistetti e
mi recai da Rafael. Mi colpì il fatto di vedere appoggiata nel marciapiede
davanti la porta dell'osteria...la sua adorata macchina del caffè.
 
La sua macchina per fare il caffè era ora abbandonata là davanti come un
rifiuto. Per quale ragione? Un groppo al cuore mi prese.
Rafael mi vide e uscì fuori. Mi guardò come si guarda qualcuno che non si
vede.
Rafael già non viveva più qui. Si vedeva che stava per sbaraccare tutto e
pareva rassegnato a perdere.
Gli chiesi della macchina. Mi rispose che ormai era rotta e non avrebbe più
fatto caffè.
Io lo salutai e me ne andai per la mia strada.
Le chiacchiere volano e una voce mi disse che Rafael era malato di cancro e
lo sapeva. Sapeva che stava per morire.
E quando lo seppi già l'osteria era chiusa.
Non so quando morì Rafael.
Ma quando vidi che la polvere già copriva il piazzale di porfido, seppi che
lui non c'era più.
E tutto rimase abbandonato.
Nel 1995 provai a domandare se quella casa era in vendita. Mi sarebbe
piaciuto salvarla. Forse era solo un sogno sballato di artista. Mi venne
detto che non era in vendita. E così non ci pensai più.
 
 
 
 
4 – Una radice strappata.
 
 
Era un pomeriggio di tre anni fa quando venne del tutto strappata la radice
dei ricordi dell'osteria da Rafael. La cosa si sapeva. L'osteria era stata
venduta e le cose seguivano il loro corso. Non ci sono colpe. Almeno nessuno
le vede.
Perciò questo è un omaggio al destino dei ricordi e di ciò che rimane della
nostra storia di “veneti”. Si tratta di parlare di un popolo consapevole o no
di sé stesso?
Sono parole grosse. La realtà mi parla di tanta ignoranza. Il brutto è che si
tratta di ignoranza compiaciuta; perciò che non sa e non vuole sapere di
esserlo.
Non vuole neppure parlarne.
E ne ha tutto il diritto.
Chi ha rubato ai “veneti” la consapevolezza? Chi ha tolto al piccolo popolo
della “Barche” la gioia di esse tale?
Solo una costituzione al mondo pone come diritto di tutti la felicità e la
gioia, e non è la nostra.
Chi ha rubato la felicità e la gioia alla nostra gente?
Io lo so. Ma ora mi limito a rappresentare le immagini. E quelle parlano da
sole.
 
 
Basta così poco per ridurre in polvere i muri vecchi di cento anni. Chi li
aveva costruiti? Cosa voleva trasmettere ai figli e al borgo?
Quella piccola casa decorosa e umile aveva un'aria quasi nobile. Era una
nobiltà discreta e poco appariscente. Era l'espressione della misura e
dell'equilibrio della nobiltà del nostro popolo. Un popolo che sa vivere nel
silenzio e stare in armonia con la Natura che lo ospita.
 
Giorno dopo giorno le mura diventano polvere. Nessuno si fa vedere a
domandare: - Perché? 
Non esistono più anime alla Barche? Quelli che passeggiano per strada sono
solo manichini? I manichini non pensano, non hanno emozioni, non sognano e
non ricordano nulla del loro passato.
I manichini non hanno passato ne radici.
Tanto vale strappare anche questa radice, tanto non la vuole nessuno.
Strappiamo anche questa radice, facciamo in modo che nessuno se ne ricordi.
Chi si ricorda di Rafael?
Pochi, e tra poco nessuno.
Nessuno potrà raccontare di Rafael, della sua favolosa macchina per fare il
caffè. Nessuno ricorderà la sua Bianchina furgonata. In fondo era solo un
rottame.
 
Oramai ci siamo, un po' di pazienza e quel cumulo di immondizia non sporcherà
più il decoro di Covolo di Piave.
Finalmente che ora saremo liberi da quei vecchi sassi scalcinati.
Chissà cosa aspettavano mai a buttare giù quel rudere. Guarda quanta polvere
nell'aria!
 
 
 
 
La gente desidera amore, ma non sa darne poiché non ne ha mai ricevuto.
Rafael a suo modo ne dava un po' a tutti ogni giorno. Ma nessuno ci ha fatto
caso. Adesso gli anno distrutto anche la casa: tra poco nessuno più si
ricorderà di lui.
 
 
 
Tutti i materiali riciclabili vengono raccolti con cura. Travi, coppi, assi,
balconi e porte. Tutto viene messo da parte e trasformato in soldi.
I soldi verranno spesi e più nulla resterà riconoscibile.
Rafael vendeva anche sigarette, che finivano in fumo.
Ora anche il suo ricordo diventa fumo e ciò ha lasciato diventa sabbia.
Sabbia senza identità, come il popolo che non lo ha amato.
 

 

Una ultima occhiata a ciò che sta per sparire...
 
 
Le ultime scheggie di muro che resiste.
Ma L'osteria di Rafael ha perso. E' già morta da tanto tampo e domani nulla
racconterà di lei.
 
 
Ancora...
 
 
5 – Le ultime parole...
 
Gelindo mi chiede...
Ma perché hai scritto questo libretto? Tanto non lo leggerà nessuno. Cosa mai
credi di ottenere? Forse di lasciare un segno? Oppure speri che qualcuno
capisca che si sta costruendo un deserto dentro l'anima? Che povero illuso
che sei. Non hai capito che il cuore per la gente si può comprare a buon
prezzo?
Io guardo Gelindo, vorrei che non dicesse certe cose. Ma lui ha ragione. Io
comunque gli rispondo:
Si Gelindo è tutto vero quello che dici. Ciò che scrivo è per me stesso o
forse per quelli che non sono ancora nati. Sai bene che io sono un illuso e
un ingenuo per di più timido e debole per natura. Ma mi piaccio molto. Sai
che io credo che ogni parola, immagine, emozione che viene espressa... non
muore ma resta nell'aria per parecchio tempo. E chissà quando qualcuno mai la
raccoglierà. Oppure raccoglierà solo il suo profumo o la sua ombra. Questo mi
rende felice.
Caro Gian Berra tu non crescerai mai. Per fortuna. Ma comunque almeno ci sei.
Vedo gente che vive e non sa nemmeno di esserci.
 
***
 
E' sera, e stiamo rientrando con poca voglia di entrare in casa. Ma la realtà
adesso non è più l'osteria di Rafael. Quella è morta per sempre, ma i ricordi
vivono per sempre nell'aria e nel vento del Piave che soffia in questo fine
inverno che non vuole finire.
 
Quando il vento arriva al posto dove stava l'osteria di Rafael resta stupito:
si aspettava di trovarla. Ma trova il vuoto. Così non ci crede fa finta di
girarle attorno come se ci fosse ancora.
Dora in poi il vento farà finta che non sia morta. Per ricordarla ci girerà
attorno finché il suo ricordo rimarrà nell'aria.
 
 
Fine
 
 
 
Un devoto ringraziamento
ai mia moglie,
ai figli,
agli amici,
alla Natura,
a tutti coloro che
in qualche modo
mi hanno ascoltato con
infinita pazienza.
Per loro tutti io sono esistito.
Gian Berra
 
 
Covolo di Piave – Treviso, marzo 2010
 
 
 
Gian_berra_1973_small.jpg

 

 
 
La foto ritrae Gian Berra nel 1972-73. Gian era un giovane che dopo una breve
esperienza universitaria aveva abbracciato con ardore gli ultimi fuochi
dell’epoca hippies Ma la provincia veneta era distante dalle passioni di
libertà della fine degli anni sessanta: il Veneto non è la California e
nemmeno Parigi. Ma Gian Berra non si rende ancora conto che vive in una
realtà addormentata da secoli e svuotata da ogni entusiasmo. Chi è il ladro
che ha rubato la vitalità al popolo in cui si trova a vivere? Perché la gente
sembra cieca alla natura che ogni giorno le alimenta la vita?
Sono domande ingenue e terribili. Loro non possono avere una risposta per un
artista che sta per scoprire di esserlo: Gian non ne potrà fare a meno di
porsi queste domande. Gian Berra già dipinge e si dedica alla scultura, ma
non lo considera ancora un lavoro. Per questo tenta alcune fughe all’estero.
Prima parte con il cugino Renzo per la Svizzera e si ferma per un po’ a
Shaffausen e a Tayngen. Poi con l’amico Giannetti se ne va in Germania e
visita Braunsweig e Hannover. Comincia a vedere altri orizzonti e gente
diversa. Quando ritorna un poco deluso a casa si accorge che anche in Italia
i tempi sono cambiati. Il 68 è finito e la realtà è rimasta quella di prima.
Sembra che una occasione sia stata sprecata specialmente dai giovani. A Gian
Berra rimane solo la sua moto, il suo giubbotto alla Che Guevara e tanti
sogni così lontani da quella provincia senza speranze.
Gian apre il suo primo studio d'arte a Valdobbiadene nel 1973. Questo sarà
solo il primo tentativo di mettersi in mostra con i suoi dipinti e fare le
prime esposizioni di quadri in provincia di Treviso nella regione di Venezia.
La realtà dell’arte che lui trova è deprimente. La provincia ha poco altro a
cui pensare oltre al calcio e alle discussioni politiche.Nel 1977 avviene la
svolta: lascia Valdobbiadene per Covolo di Piave. Non è un gran salto, ma
almeno è fuori da un paese che ha deciso di ammirare solo sé stesso.
Nell’inverno del 1977 fa la sua prima mostra a Treviso presso la galleria “
Lo scrigno di Val”, in Piazza del grano. E’ un grande successo che dona a
Gian Berra le prime soddisfazioni concrete.
Gian organizza nel 1978 una mostra presso la galleria Brotto a Cornuda . E un
successo.
Inizia da questo anno la stagione più avventurosa di Gian Berra. Conosce nel
1978 Vincenzo Martinazzo, un collezionista con il cuore gonfio di una
autentica passione per l’Arte. Lo chiamano tutti “Ciccio” e  lui accoglie
Gian Berra nella sua galleria di Montebelluna. Negli anni seguenti Gian Berra
organizza parecchie mostre tra cui rammento quelle nella sala di “Ca’ de
Ricchi” a Treviso nel 1979 e nel 1980. E’ in quell’anno che Gian mette su
famiglia e decide di fare un altro grande salto.
Nel 1981 lui apre uno studio a Trento, in piazza S. Maria Maggiore. Non sarà
solo uno studio, ma anche un posto dove incontrarsi con artisti amici. Gian
Berra inviterà l’amico pittore Donadel Bruno di Pieve di Soligo (TV)
nell’autunno del 1981.
Ma la famiglia di Gian cresce e lui ritorna a casa nel 1982. Passa qualche
anno di pausa e nel 1990  lui fonda l’associazione culturale “la Criola”.
Questo è un altro tentativo “da artista” per scuotere l’ambiente assonnato e
deprimente di un paesaggio veneto senza speranze. Gian Berra raccoglie con
infinita pazienza attorno a sé ogni artista dei dintorni. Gian organizza
mostre, incontri, manifestazioni e cene di poeti con gli incontri di "Poesia
New Age". Poi nel 1993 inaugura il “corso pratico di pittura”. Questa è forse
l’iniziativa che avrà più successo: durerà sino 2005 quasi ininterrottamente,
con due corsi all’anno. Vi partecipano più di 800 allievi, molti dei quali
diventeranno bravi pittori.Negli anni 80 Gian Berra organizza esposizioni
delle sue opere nelle maggiori città italiane e in Germania a Dusseldorf,
Monaco, Wurzburg.
Nel 1998 si specializza in Psicosintesi terapeutica ed inizia l'indagine
intima sul potere dei simboli e delle immagini. Indaga la potenza nascosta
delle immagini e il loro effetto occulto sull'inconscio collettivo. Le
immagini hanno un loro potere che può essere gestito da una coscienza
consapevole.
Organizza alcune conferenze sul tema della "Paura" spiegata come fantasma-
immagine.
Nel 2001 espone per la prima volta in una mostra di sue opere, cinque totem
che lui ha costruito con le sue mani. “ Totem senza tabù” è il titolo di
quella esposizione e Gian inizia a scrivere i famosi “ Saggi selvaggi” che
ora è possibile trovare in intenet. Lui la chiama Psicologia Sciamanica. Nel
2002 scrive il libro " Psicologia Sciamanica", una raccolta di scritti
dedicati a tale tema.
Nel 2006 esce in stampa il suo primo romanzo “ Wasere, cuore di drago”
dedicato all'anima ferita di Segusino, il suo paese di nascita e il libro di
poesie e racconti “Caos barocco”. Sono reperibili su Lulu.com.
Nel 2008 inizia la ricerca sullo "Sciamanesimo della sala d'aspetto" come
funzione necessaria in un periodo storico come il nostro in cui gli
"assoluti"  tradizionali tramontano annegati nella globalizzazione.
Finalmente è tornato un Caos salutare? Gian Berra frequenta le periferie di
ogni città o piccolo paese e scopre prospettive vitali che dormono da secoli.
Che sia giunta l'ora di richiamarle?







 


Created: 08/02/2012
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