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Fuga dall'Italia

Gli italiani non smettono di partire. Ma soprattutto, partono da luoghi ben precisi. Il nuovo Rapporto Italiani nel Mondo mostra che l’Italia non è solo un Paese che “perde giovani”, ma un Paese che li perde in modo molto diverso a seconda di dove nascono. Regioni che spingono fuori, regioni che non riescono a trattenere, regioni che fanno da punti di transito.
 
La Lombardia è il grande paradosso. È il motore economico del Paese, ma produce anche la quota più alta di saldo migratorio negativo: da sola vale circa un quinto dell’emigrazione totale. Non è una contraddizione, è un segnale. Dove c’è più competizione e più opportunità, c’è anche più pressione, più turnover e un mercato del lavoro che non sempre riesce a offrire un futuro convincente ai più giovani. 
 
Poi c’è il Nord-Est, dove la propensione a partire è altissima. Il Veneto, in particolare, negli ultimi vent’anni ha visto un flusso continuo verso altri Paesi europei. È il territorio dell’“andare a vedere come va fuori”, spesso senza drammi, quasi come fase normale di un percorso di carriera. Ma i ritorni non compensano più, e alla lunga il saldo scende.
 
E infine c’è il Mezzogiorno, dove il fenomeno assume un’altra scala. Qui le partenze sono più dirette: non c’è più il passaggio intermedio nelle regioni del Centro-Nord, come succedeva fino a dieci anni fa. Si parte dal Sud, si atterra a Berlino, Londra, Zurigo. Per molti ragazzi tra i 20 e i 34 anni il viaggio è lineare. E quando si sommano migrazioni interne e internazionali, il Mezzogiorno ha perso più di mezzo milione di persone in dieci anni, soprattutto giovani e laureati.
 
L’Italia, insomma, non perde talenti in modo generico. Perde regioni intere. E questa mappa delle partenze racconta un Paese che non riesce ad essere competitivo ovunque allo stesso modo.