Eurodisastri.
Migliaia di persone hanno manifestato lunedì 1°dicembre nella capitale bulgara Sofia e in altre città, protestando contro il piano di bilancio per il 2026, il primo redatto in euro prima che il Paese membro dell’Unione Europea adotti la moneta unica il 1° gennaio. È solo l'ennesima dimostrazione del fallimento dell'euro e di queste folli politiche autolesioniste che stanno affondando il vecchio continente.
Le immagini arrivate da Sofia mostrano qualcosa che in Italia non si vede quasi mai: un popolo che scende in piazza non per un singolo episodio di cronaca, non per una bandiera o per un leader, ma per una questione tecnica, economica, strutturale. La Bulgaria sta per entrare nell’euro il 1° gennaio 2026 e la popolazione, al contrario di quanto spesso si pensa dei Paesi dell’Est, sta dimostrando un livello di consapevolezza sorprendente. Migliaia di persone protestano contro il bilancio 2026, ma in realtà sotto c’è molto di più: c’è la paura di un cambio epocale che può colpire famiglie e imprese, c’è la memoria ancora fresca di ciò che è accaduto in Croazia nel 2023, c’è la sensazione che il potere d’acquisto sia già fragile e che l’euro, in un contesto così instabile, possa peggiorare le cose.
In Bulgaria, il lev è agganciato all’euro da anni, quindi la transizione tecnica dovrebbe essere quasi indolore. Eppure la gente non si fida. Non si fida della politica, non si fida della capacità dello Stato di controllare i prezzi, non si fida delle promesse. E soprattutto, non vuole vivere una versione amplificata di ciò che i croati hanno già vissuto: arrotondamenti, listini ritoccati, aumenti nascosti dietro la conversione. Per una popolazione con stipendi bassi e costi in aumento, basta un 10 o un 20% di “arrotondamenti creativi” per far saltare i bilanci familiari.
La cosa interessante, e un po’ amara se guardiamo alla nostra storia, è che i bulgari sembrano capire benissimo il nodo della questione. Parlano di inflazione, di transizione monetaria, di potere d’acquisto, di debito, di bilancio pubblico. Se ne preoccupano davvero, al punto da scendere in piazza in decine di migliaia. Non è un popolo che si lascia trascinare dall’ansia del momento: sta mettendo sul tavolo domande molto precise di economia reale. E lo fa con una lucidità che, per certi versi, sorprende chi immagina che i Paesi più poveri siano automaticamente meno attenti ai meccanismi della finanza pubblica. Invece accade il contrario: proprio perché i redditi sono bassi e la vita è dura, i cittadini sono più sensibili agli effetti delle scelte economiche.
Il paragone con l’Italia è inevitabile. Quando noi siamo entrati nell’euro nel 2000, praticamente nessuno parlava di questi temi. I giornali trattavano la questione come una formalità tecnica, la politica come un traguardo inevitabile, e la popolazione come uno spettacolo da guardare, non da capire. E infatti ci siamo svegliati qualche mese dopo con spese raddoppiate, spesso triplicate, con l’illusione collettiva che “forse è colpa dei commercianti”, senza che nessuno avesse voglia di spiegare davvero cosa stesse succedendo. Nessun dibattito sui rischi, nessuna analisi sulle conseguenze, nessuna mobilitazione sociale. Abbiamo subìto, punto. Abbiamo incassato senza fiatare, perché il tema era presentato come troppo tecnico per essere discusso.
I bulgari, invece, stanno facendo esattamente ciò che noi non facemmo: stanno osservando cosa è successo agli altri, stanno capendo in anticipo le conseguenze economiche di una scelta irreversibile, stanno pretendendo un dibattito, stanno dicendo chiaramente che non vogliono essere presi in giro. Sanno che il cambio è fisso da anni, ma sanno anche che gli effetti psicologici sui prezzi sono reali. Sanno che l’ingresso nell’euro può portare stabilità, ma sanno anche che può portare aumenti immediati e perdita di potere d’acquisto. Sanno che una moneta unica funziona solo se hai una classe dirigente credibile, e quando non ce l’hai il rischio ricade tutto sulla popolazione.
E allora, piaccia o no, oggi in Bulgaria si sta vedendo un atto di maturità civile che in molti Paesi occidentali, Italia inclusa, raramente si osserva.
È un popolo che, pur avendo mediamente meno istruzione formale rispetto a quello dell’Europa occidentale, mostra di avere un istinto economico molto più affinato. Non si lascia sedurre da parole d’ordine o bandiere: guarda i numeri, guarda i prezzi, guarda i salari, e agisce.
Che poi è ciò che qualsiasi democrazia sana dovrebbe desiderare: cittadini che capiscono cosa sta succedendo e intervengono prima che sia troppo tardi. In un’Unione Europea spesso raccontata come un insieme di decisioni tecniche prese senza consultare nessuno, vedere la Bulgaria ribellarsi non è solo una notizia: è un monito. Perché quando un popolo povero dimostra più lucidità economica di uno ricco,
il problema non è l’istruzione, ma la rassegnazione.
20251223
Salvatore Foglia
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