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"Ultra" israeliani: da 10 anni si conoscono i loro crimini

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mcc43 @mcc43 · Nov 21, 2024

ARTICOLO CORRIERE della SERA - Davide Frattini: "Tifo, fanatismo e razzismo, quelle tracce che portano all'estrema destra ultrà" del 2014 - non più visibile nel sito. Salvato in pdf, ecco il testo 

GERUSALEMME — Il custode dello stadio aveva passato gli ultimi vent’anni a raccogliere magliette autografate, trofei, palloni, coccarde, sciarpe con il sudore del tifo. I ricordi e il museo non ufficiale sono stati inceneriti una notte da due ultrà, l’8 febbraio del 2013: non potevano tollerare che la loro squadra avesse acquistato due giocatori ceceni, musulmani, e avevano deciso di distruggere gli uffici del club. Poche sere prima il settore della curva occupato da La Familia, il gruppo più violento e razzista, aveva esposto lo striscione «Beitar puro per sempre». Jan Talesnikov, il viceallenatore della squadra di Gerusalemme, aveva commentato: «Danno fuoco agli edifici, prima o poi bruceranno la gente». Adesso quelle parole sembrano una profezia atroce. I sei sospettati di essere coinvolti nell’omicidio di Mohammed Abu Khudair si sono dati appuntamento a una manifestazione organizzata da La Familia, prima di trasformare gli slogan urlati per le strade («Morte agli arabi») in un raid che è finito con il corpo del giovane palestinese lasciato carbonizzato tra gli alberi della foresta attorno alla città.
In questi anni il razzismo dei tifosi estremisti ha estraniato quelli che nella squadra nata dal movimento conservatore creato da Zeev Jabotinsky avevano fuso passione sportiva e ideologia politica. Ehud Olmert, l’ex premier e sindaco di Gerusalemme condannato per corruzione, aveva il suo palco speciale allo stadio Teddy Kollek e provava a non perdere una partita delle maglie giallo-nere che ha cominciato ad amare da bambino. Fino all’anno scorso, quando ha annunciato che non avrebbe più assistito: «Queste squadracce devono essere rimosse dal nostro campo o diventeremo loro complici».
Gli sputi ai calciatori ceceni, i richiami alla purezza della razza, le minacce contro gli avversari arabo- israeliani del Bnei Sakhnin sono stati condannati anche da Rueven Rivlin, neoeletto presidente dello Stato e in passato tra i manager delle squadra. Il quotidiano Yedioth Ahronoth , il più venduto nel Paese, aveva paragonato gli hooligan ai «fondamentalisti palestinesi di Hamas».
Il Beitar è stato fondato nel 1936 e da allora nessun giocatore arabo ha mai indossato i suoi colori: i presidenti sono cambiati ma sono sempre rimasti in ostaggio degli oltranzisti. Nel 2004 un nigeriano musulmano è stato costretto ad andarsene per gli attacchi durante le partite e gli allenamenti. Un anno fa i militanti de La Familia hanno assaltato un centro commerciale vicino allo stadio e dato la caccia ai lavoratori arabi per picchiarli. «In passato gli israeliani hanno sempre reagito bollando gli ultrà come estremisti, un modo per superare l’imbarazzo, per considerarli ai margini — aveva spiegato Moshe Zimmermann, storico dell’università ebraica di Gerusalemme e specialista di sport, al New York Times —. La realtà è che tutto il Paese sta diventando più etnocentrico».
Il quotidiano liberal Haaretz aveva lanciato un appello perché il governo (come altri politici della destra anche il premier Benjamin Netanyahu è un tifoso del Beitar) intervenisse contro le frange più violente: «Questi facinorosi, anche se rappresentano una minoranza delle persone che vanno allo stadio, sono ormai terroristi che hanno adottato le caratteristiche dei gruppi fascisti e neonazisti. Il rischio è che restino impuniti perché troppe persone pensano che siano solo un problema della squadra o del calcio. Invece affrontarli è un test per tutta la nazione».

 

Corsera 7 luglio Maurizio Molinari Stampa

Amos Oz li paragona ai neonazisti, l’ex leader degli insediamenti Dany Dayan li definisce «un disastro morale», i grandi rabbini di Israele li hanno messi all’indice e il Dipartimento di Stato Usa li ha inseriti nel rapporto annuale sul terrorismo, ma il governo Netanyahu non è riuscito a debellare gli estremisti ebrei di «Price Tag» e l’omicidio del giovane Mohammed Abu Khdeir dimostra che sono diventati una minaccia per la sicurezza interna. 

La definizione di «Price Tag» risale al 2005, quando alcuni gruppi contrari al ritiro dalla Striscia di Gaza ordinato dal premier Ariel Sharon scelsero di «far pagare agli arabi» la demolizione di insediamenti illegali come quello di Amona. In quello stesso anno due soldati - residenti a Sharfam e Shiloh - fecero fuoco su gruppi di palestinesi uccidendone 8 e ferendone altri 20.

«Ogni volta che un insediamento viene evacuato risponderemo» disse Itay Zar, residente nei caravan illegali di Havat Gilad, per spiegare la politica del «Price Tag» cresciuta di dimensioni fino a far registrare nel 2013 - secondo il rapporto del Dipartimento di Stato sul terrorismo nel mondo - 399 attacchi contro «individui e proprietà arabe» tanto cristiane che musulmane.

Dagli agguati personali allo sradicamento di ulivi, dai sabotaggi di auto alle scritte offensive su moschee e chiese simili a quelle che il Vaticano denunciò come «odiose» alla vigilia della visita di Papa Francesco. Lo «Shin Bet», il servizio di sicurezza interna, stima che gli individui coinvolti siano «fra diverse centinaia e 3000» con la roccaforte nell’insediamento di Yizhar, dove la scuola religiosa Od Yosef Chai è stata individuata come «fonte di propagazione di odio».

Il governo Netanyahu si è occupato degli estremisti di «Price Tag» nel giugno del 2013 definendoli «organizzazione proibita», ma le misure adottate non si sono dimostrate efficaci, come il Segretario di Stato Usa John Kerry ha fatto presente al premier israeliano nella telefonata avvenuta dopo la scoperta della morte di

Mohammed Abu Khdeir.

SHIMON PERES

La violenza dell’estremismo nazionalista ebraico segnò Israele a metà degli anni Novanta: nel 1994 con la strage di 29 palestinesi nella Tomba dei Patriarchi di Hebron firmata da Baruch Goldstein e poi, l’anno seguente, con l’uccisione del premier Yitzhak Rabin da parte di Yigal Amir. Ma se allora si trattò di singoli - al pari dei due soldati-killer nel 2005 - ora Abu Khdeir è stato ucciso da un gruppo, rivelando l’esistenza di cellule «che si sono formate grazie all’incitamento all’odio accumulato e ora si spingono fino agli assassinii» riassume uno stretto collaboratore del presidente Shimon Peres, chiedendo l’anonimato.

Le organizzazioni clandestine estremiste ebraiche degli anni Ottanta - come i Gush Emunim che attaccarono con bombe due sindaci in Cisgiordania - furono sgominate prima di essere in grado di realizzare i piani più pericolosi, mentre la cellula che ha rapito e ucciso il ragazzo di Shuafat ha beffato la sorveglianza dello «Shin Bet».

Amoz Oz li paragona ai «neonazisti europei» perché «proliferano nell’odio per il prossimo» e Alef Beth Yehoshua aggiunge: «Sono una disgrazia per il popolo ebraico». Resta da vedere quali misure il governo adotterà ora per sradicarli anche perché, secondo indiscrezioni, gli arrestati avrebbero alle spalle non solo l’estremismo di «Price Tag» ma quello degli hooligan del «Beit Har», la squadra di Gerusalemme.