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Turchia e Afghanistan

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mcc43 @mcc43 · Jul 11, 2021

I TURCHI A KABUL [di Daniele Santoro] Limes

Il ministro della Difesa turco Hulusi Akar e il suo omologo americano Lloyd Austin hanno discusso telefonicamente l’accordo preliminare Usa-Turchia in base al quale Ankara si impegna a garantire la sicurezza dall’aeroporto internazionale di Kabul dopo il ritiro degli Stati Uniti.

Perché conta: Conferma il momento positivo nelle relazioni turco-americane, suggellato dal cordiale incontro di Bruxelles tra i presidenti Recep Tayyip Erdoğan e Joe Biden. Il ruolo della Turchia in Afghanistan dopo il ritiro delle forze Usa è divenuto un test di cruciale importanza nei rapporti tra le due potenze.

Gli americani intendono capire fino a che punto possano fidarsi dei turchi, quanto la potenza militare esibita da questi ultimi nello scorso biennio possa servire i propri scopi, se l’alleato ribelle sia veramente intenzionato a conquistarsi maggiori margini di manovra garantendo innanzitutto gli interessi della superpotenza.

Dal canto suo, la Turchia è affetta dalla sindrome siriana. Teme che la missione afghana possa rivelarsi una trappola, come quella tesa da Barack Obama nel Levante nel 2011. Dunque di impantanarsi tra le gole dell’Hindu Kush. Da qui gli estenuanti negoziati tra Ankara e Washington, destinati a proseguire nel prossimo futuro.

Fermo restando che l’interesse turco per l’Afghanistan esula dai rapporti con gli Stati Uniti. Ankara concepisce Kabul come parte integrante del mondo turco. Tanto che a differenza degli altri membri Nato ha partecipato fin dal 2001 alla missione afghana fissando obiettivi propri, parzialmente indipendenti da quelli dell’Alleanza Atlantica. Allo scopo di sfruttare l’operazione a guida americana per radicarsi tra la Transoxiana e la valle indo-gangetica. Le maggiori responsabilità che Ankara intende assumersi in Afghanistan sono dunque conseguenza di un approccio ormai ultraventennale – soldati turchi sono presenti già da anni all’aeroporto internazionale di Kabul, snodo tutt’altro che marginale delle vie turche della seta.

Le prime conseguenze dell’annunciato ritiro americano hanno tuttavia confermato la difficoltà dell’impresa. La decisione di coinvolgere il Pakistan (e l’Ungheria, altro attore filocinese in via di turchizzazione) nella missione aeroportuale rivela la consapevolezza di dover tenere in considerazione gli interessi della Cina. Nei confronti della quale la Turchia ha un margine di manovra abbastanza scarso, stante la scelta di usare la leva uigura per assicurarsi il sostegno finanziario di Pechino, che ha fatto pervenire ad Ankara l’ultima tranche poche ore prima dell’incontro Biden-Erdoğan del 14 giugno. I talebani stanno avanzando e si proclamano contrari alla permanenza delle truppe turche. La fuga dei regolari afghani in Tagikistan dopo l’avanzata talebana e l’intervento della Russia alla frontiera tagiko-afghana confermano inoltre che i negoziati con gli americani sono solo un esercizio funzionale a ristabilire rapporti bilaterali decenti. Per Kabul bisognerà vedersela con i russi. Naturalmente contrari alla presa in carico dell’aeroporto da parte dei turchi.

L’Afghanistan non è la Siria, tantomeno la Libia. Siamo alle porte dello spazio imperiale russo. Che Ankara sta già penetrando in profondità. L’Uzbekistan è diventato membro a pieno titolo del Consiglio turco nel 2019, il Turkmenistan lo diventerà a breve. L’Ucraina intende inoltrare richiesta per acquisire lo status di paese osservatore, passo compiuto dal governo afghano lo scorso 3 maggio. Per comprendere la natura della proiezione di Ankara in Asia Centrale e la percezione della minaccia turca da parte della Russia va annoverato anche il protocollo di cooperazione siglato a fine 2020 tra le università pakistane e l’Accademia internazionale turca di Nur-Sultan, legata al Consiglio turco. Così come il meccanismo trilaterale stabilito da Ankara, Baku e Islamabad dopo la vittoria militare nel Nagorno Karabakh di Turchia e Azerbaigian, dove la prima intende installare una propria base militare. Progetto che sembra apparentemente togliere il sonno ai russi.

Malgrado la portata della sfida turca, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov – di professione turcologo – definisce le relazioni tra Ankara e Mosca come il modello dei rapporti che la Russia intenderebbe instaurare con i paesi della Nato. Dunque innanzitutto con gli Stati Uniti. Ammissione neppure troppo implicita della profonda debolezza della Federazione e soprattutto della natura peculiare della penetrazione turca nello spazio russo. Ankara è attenta ad avanzare i propri interessi – dunque indirettamente quelli americani – senza violare le linee rosse del Cremlino. Che la sovrapposizione tra la fragilità russa e la baldanza turca ha reso più flessibili. La natura della competizione geopolitica centrasiatica rende improbabili intese “siriane” tra Ankara e Mosca. Ma come nel Caucaso, anche in Asia Centrale turchi e russi possono difficilmente soddisfare le proprie ambizioni senza fare buon viso a cattivo gioco.