Da: La dittatura europea - Ida Magli

 

Una schiera di vigliacchi

 

Ma ero ai miei primi passi. Ci voleva ben altro per scoraggiarmi. Non sapevo ancora quanto fosse ingenuo credere di poter fare qualcosa; quale immenso progetto di potere fosse nascosto dietro quella che io chiamavo «finzione».

Sono andata a Como a parlare con il vescovo Maggiolini, noto a molti, anche perché scriveva spesso articoli per i quotidiani politici, come persona preoccupata dell’eccessiva presenza di immigrati musulmani nella sua diocesi. Subito dopo sono andata a Brescia a parlare con il vescovo Foresti nella speranza che mi desse una mano almeno lui che risiedeva in una delle zone più cattoliche d’Italia, ma niente, Sono stati ambedue cordiali, addirittura gentilissimi, accoglienti e comprensivi, ma non ne ho ricavato nulla. Mi hanno lasciato fare, guardandomi con attenzione, il mio bravo discorsetto sui pericoli che l’Unione Europea avrebbe sicuramente comportato per la Chiesa e per la morale sempre sostenuta dalla Chiesa. Ero talmente convinta del problema che quasi mi arrabbiavo mentre facevo l’elenco dei tanti punti dolenti per i cattolici che il Parlamento europeo aveva già ratificato: l’eutanasia, il matrimonio omosessuale, la parità fra tutte le religioni… Cosa aveva intenzione di fare la Chiesa in proposito? «Nulla».

Questa è stata la risposta di tutti: «nulla».

Perché? Perché? Ho continuato a domandare, con la forza della disperazione che avevo accumulato ripetendo per anni questo «perché» senza avere mai una risposta. Allora, sia pure attraverso esitazioni, allusioni, sospiri, ho intuito più che capito che cosa mi si stava dicendo: «Il papa vuole così… Io voglio bene al papa… Non voglio dare un dispiacere al papa…».

Incassati tutti questi «nulla» sono andata a Bologna, a parlare con il cardinale Biffi, uno dei pochi che aveva espresso apertamente qualche giudizio negativo sull’invasione musulmana del nostro territorio. Anche Biffi mi ha lasciato parlare ascoltandomi con gentilezza, ma quando ho finito di esporgli i motivi di pericolo dell’Unione Europea per la Chiesa, mi ha dato la stessa risposta degli altri, in modo più deciso degli altri; direi quasi con l’autorità di chi dà un ordine: «Il papa vuole così; non si può andare contro la volontà del papa». C’è stato allora un momento di silenzio: era già l’inizio del commiato, ma un commiato senza avere ottenuto nulla, non riuscivo più a sopportarlo. Riflettevo in fretta sul da farsi. Maggiolini e Foresti erano talmente in buona fede mentre mi parlavano (o almeno lo sembravano), così «semplici» che, anche se avevo provato a convincerli che era loro dovere spiegare la situazione al papa, avvertirlo dei suoi errori, mi ero resa conto che era impossibile cambiare il loro atteggiamento. Non ne avevano il coraggio. Ma Biffi era diverso. Sentivo di avere davanti a me una personalità forte, immedesimata nel suo ruolo di cardinale, e di cardinale di Bologna, con tutto quello che Bologna ha significato per la storia d’Italia e per quella della Chiesa. Mi sono guardata intorno nell’immenso salone dell’arcivescovado che aveva visto ben altri incontri dal XIII secolo in poi che non quello di un austero cardinale con una semplice donnetta, e all’improvviso gli ho gridato: «Io lo so, lo so che devo a Gesù di Nazareth se oggi posso stare qui a parlare con lei… non permetterò che nessuno, né dentro né fuori dalla Chiesa, se lo dimentichi; non permetterò che l’orrenda cecità di un Maometto cancelli la splendida luce di Gesù!».

Ero stupita anch’io di aver reagito con tanta impulsività, ma al mio slancio è seguita soltanto un’altra pausa di silenzio. «Io non posso fare quello che lei mi chiede» mi ha detto poi Biffi alzandosi e accompagnandomi verso la porta. Ho resistito ancora un momento, guardandolo: non volevo andarmene per l’ennesima volta senza aver ottenuto nulla. Allora, quasi come una risposta, mi ha dato un leggero colpetto sulle spalle e ha aggiunto: «Sia lei Goffredo di Buglione».

Tornando a casa con tutte le mie sconfitte chiuse nel cuore, ero furibonda.

Goffredo di Buglione? Io non avevo né spada, né nobili crociati per compagni di battaglia, né eserciti, né oro, e nemmeno la benedizione di un papa… Cosa mai avrei potuto fare? E dire che su Biffi ci avevo contato. Sì, ci avevo contato. Com’era possibile che non vedesse quali pericoli si stessero addensando sulla Chiesa? Che non si preoccupasse del primato che l’Antico Testamento stava sempre più prendendo sul Vangelo? Era quello il punto: lo sentivo sempre più chiaramente, anche se non ero ancora in grado di comprenderne i motivi. Era l’Antico Testamento (e Maometto soltanto l’inevitabile conseguenza) che aveva preso possesso dell’Europa, che «ispirava», almeno per alcuni aspetti, l’unificazione europea. Il non dirlo chiaramente rendeva ancora più detestabile il comportamento del clero.

Mai avevo conosciuto una simile schiera di vigliacchi. Loro, i preti, avevano tutto per poter agire: il diritto di parlare in pubblico quando e come volessero, enormi spazi a disposizione di cui non sapevano che fare, riviste, case editrici, tipografie, migliaia di persone intorno a loro che sarebbero state felici di aiutarli ad agire, invece di ascoltare passivamente eterne prediche sempre uguali; per non parlare poi della moltitudine di pie donne fedelissime, pronte a donare tutti i loro beni e a raccogliere soldi per qualsiasi impresa. Sarebbe stato sufficiente che i preti dicessero qual era lo scopo: il timore per il futuro della Chiesa. Era un timore talmente diffuso fra i cattolici, anche se era tacitamente proibito parlarne, che avrebbero avuto subito un esercito entusiasta ai loro ordini.

Sì, ero furibonda. Com’era possibile che non ci fosse più nella Chiesa neanche l’ombra di un predicatore, di un Francesco, di un Savonarola? Eppure non si rischiava nulla di quello che i ribelli rischiavano in passato: né rogo, né tortura, né carcere. Al massimo un trasferimento da una sede a un’altra; un gradino in meno nella carriera… nulla, meno che nulla.

Io però non avevo nessuna intenzione di rinunciare. Accantonata per il momento la mia ira verso la Chiesa, ho riflettuto sul da farsi e ho chiesto un appuntamento al prefetto del Consiglio per il dialogo interreligioso, monsignor Michel L. Fitzgerald. Pochi giorni dopo, mentre mi recavo al suo ufficio, in uno dei palazzi vaticani adiacenti al colonnato di San Pietro, mi domandavo come avrebbe accolto i miei timori sul progetto di unificazione europea. Andavo nella tana del leone, lo sapevo. Fitzgerald era noto a tutti per la passione con la quale aveva collaborato, dal Concilio Vaticano II in poi, a realizzare quel «dialogo» che copriva in realtà i tentativi della Chiesa cattolica per stringere legami di comprensione reciproca con tutte le confessioni religiose, ma soprattutto con l’Ebraismo e con l’Islam. Aveva appositamente studiato l’arabo ed era specializzato proprio in questo settore.

Era un inglese, mi dicevo, e un po’ di sana diffidenza verso l’unificazione europea dovrà pur averla, come tutti i suoi connazionali. Inoltre ormai mi ero gettata allo sbaraglio: avevo deciso che avrei fatto tutti i tentativi possibili senza preoccuparmi della loro inutilità. Poteva darsi che qualche cosa succedesse in favore dell’Italia, anche se non ero in grado di prevederlo. Una speranza, questa, che non mi ha mai abbandonato, anche se ogni giorno ero costretta a constatare che si trattava soltanto di un’illusione.

In ogni caso quello che volevo era che, dopo aver fatto tutti gli sforzi per mettere in guardia i maggiori responsabili senza ottenere un minimo risultato, nessuno potesse dire in futuro, come avevano fatto i Tedeschi alla fine della guerra: «Io non sapevo».

La verità doveva rimanere documentata almeno per gli storici. Volevo soprattutto che questa volta i politici non potessero addossare ai popoli, come hanno sempre fatto, la prossima inevitabile catastrofe. I politici affermavano che unificare i popoli, costringendoli a perdere la propria identità per diventare uguali, era indispensabile per assicurare la pace, come se fossero mai stati i popoli a dichiarare le guerre; adesso avrei lasciato di persona i documenti della responsabilità esclusiva dei capi. Re, regine, papi, vescovi, presidenti delle Repubbliche, parlamentari di ogni Nazione e di ogni partito, giornalisti e giornaliste: tutti avevano voluto l’unificazione europea, nessuno escluso. Anche quando non avevano lavorato specificatamente a questo scopo, avevano lasciato con assoluta passività e inerzia che venisse realizzato, senza neanche un minimo scrupolo, senza farsi sfiorare neppure da un dubbio. Si erano comportati esattamente come i dittatori del recente passato: con la stessa tracotanza, con la stessa violenza, con lo stesso disprezzo verso i sudditi. Si vantavano di aver raggiunto lo scopo senza versare sangue. Come se la patria, la terra, il nome, la lingua, l’identità, la religione, la moneta, non fossero il sangue dei popoli. Diventare più potenti governando un vastissimo «impero» e più ricchi dominando un grandissimo «mercato»: questo volevano, questo era il loro massimo ideale, un ideale che li aveva resi ciechi, violenti, e incuranti di qualsiasi conseguenza negativa.

Stavo per l’ennesima volta riflettendo su quanto sapevo ormai sui costruttori dell’Unione quando, non appena introdotta davanti a Fitzgerald, mi sono resa conto che tutte le mie preoccupazioni erano inutili. Gentilissimo come tutti gli altri vescovi che avevo incontrato, non ha detto però, dopo il saluto, neanche una parola: mi ha lasciato esporre il mio punto di vista sull’unificazione europea senza un’interruzione, senza una domanda. Non riuscivo neanche a leggere nulla sul suo volto che mostrava soltanto qualche traccia dell’imbarazzato riserbo tipico di ogni alto esponente del clero dinanzi a una donna. Stavo ancora parlando quando all’improvviso si è alzato chiedendomi: «In quale lingua preferisce leggere: francese, inglese?…». L’ho guardato sorpresa mentre automaticamente rispondevo: «Francese». Si è diretto in fretta verso lo studio accanto, che avevo intravisto attraverso la porta aperta, e ne è ritornato con diversi fascicoli in mano: «Sono i testi preparatori dei discorsi del papa nei suoi viaggi degli ultimi anni per il mondo - mi ha detto porgendomeli - li legga… capirà».

Wojtyla! Tutti indicavano Wojtyla. Era Wojtyla, dunque, la risposta?