Ultimamente ho trovato poca roba che non fosse un rimestare nel torbido già con l'aspettativa di fare più stagioni possibili prima di essere presi a serciate… Ho abbandonato un sacco di serie e diverse non le ho neanche iniziate, stavo sottraendo troppo tempo al cinema. Credo che per certi versi la serialità abbia un po’ raggiunto un momento di stanca, che potrebbe anche essere preludio ad una svolta, chi lo sa… Interessante perché in grado di approfondire personaggi e trame, adesso è precipitata nel gorgo “Ehi, ho un’idea, facciamo che uno ammazza un altro, poi guarda il cielo, vede un’ombra, e andiamo avanti diciotto stagioni interpretando l’ombra”. Per cui, due palle così. Robe che potevano godersi in una o due stagioni arrivano alla settima senza argomenti già dopo mezz’ora della prima puntata… Quindi qui trovi le varie cose che non mi hanno sfrantumato il cazzo negli ultimi due anni, più o meno, e che ancora me ricordo d’essermi visto. Possono mancare cose che vanno avanti da qualche tempo o di cui ho già parlato (ad esempio, titolo a caso: Better Call Saul – meravigliosa), cazzi vostri.

Bando alle ciance, partiamo…

Una cosa che mi ha fatto ridere abbastanza ed è anche di breve durata (puntate da circa 30’), è Barry, con Bill Hader, che è uno dei tanti matti usciti dal SNL (ed è anche ideatore della serie) e, tra gli altri, il nostro amatissimo Henry "Fonzie" Winkler. Barry è un ex combattente con ovvii problemi di relazioni che di professione fa il sicario. E fin qui, sembra niente di strano o innovativo. Però se lo metti in mano ad un “procuratore” avido e laido, lo cali in una situazione di depressione, lo lasci a fare un lavoretto e si ritrova casualmente in un ambiente, IL TEATRO!, che gli fa scoprire il suo vero io (con "Fonzie" che fa il maestro prima e il padre putativo poi!), beh, le cose iniziano ad incasinarsi. Poi spruzzaci sopra un po' di traffico di droga, varie gang di varie etnie con problemi comportamentali, un rapporto da psichiatria spicciola con la sua forse-tipo-anche-ma non so, fidanzata, una poliziotta sulle sue tracce, sparatorie e omicidi che lo intrappoleranno sempre più e soprattutto la sua voglia di smettere di ammazzare la gente e trasformarsi finalmente in un attore, beh, c'è abbastanza di che divertirsi.
WHHHAAATTT???

Peroro ancora una volta la causa dei Peaky Blinders, giunti ormai alla quinta (giustificatissima, sono appena 6 puntate ciascuna) stagione: come non amarli quei simpatici mattacchioni? Trae spunto dall’omonima ghenga che la faceva da padrona in quel di Birmingham nel periodo a cavallo delle due guerre, tra scommesse più o meno clandestine, corruzione, omicidi, gitani, guerre tra bande, politica e ‘na bella famiglia de delinquenti, condita anche da un cast di attori niente male, Cillian Murphy, Helen McCrory, Paul Anderson, Sam Neill, Tom Hardy, Adrien Brody, Paddy Considine, ecc.


Una cosina carina è Fleabag, scritta (e tratta da una sua opera teatrale), diretta (in parte) e interpretata da Phoebe Waller-Bridge, di cui è da poco uscita la seconda stagione (la prima è di qualche anno fa), anche questa corta e rapida. Come descriverla? Una tragicommedia con una tipa che si scoperebbe tutto quello che ancora respira è caldo e grazie a questo si infila in mezzo a casini abbastanza seri, tra sorella isterica con marito imbecille, padre vedovo con una nuova compagna artista (Olivia Colman, premio Oscar per The Favourite del mitologico Yorgos Lanthimos) e un’amica che sarà la chiave di volta della prima stagione (nella seconda sarà un prete).

What We Do in the Shadows è un reboot dell’omonimo figherrimo film, sempre scritto, prodotto e in parte diretto dal duo Taika Waititi e Jemaine Clement, fa abbastanza ridere ma la prima stagione è, appunto, un remake del lungometraggio, per chi se l’è perso bene, chi l’ha visto magari un po’ si può annoiare, anche se si gettano buone basi per un’eventuale seconda stagione. È un mockumentary, con una troupe che segue la vita di una comitiva di vampiri che coabitano, con tutti i problemi della quotidianità e dell’eternità e del chi deve anna’ a butta’ la spazzatura…
Il “vampiro emozionale”? beh, ci ritroverete un sacco di vostre conoscenze.

Unbelievable invece è un classico crime, niente male, basato su una vicenda realmente accaduta, stagione unica, tutto al femminile, sia nell’abietto crimine perpetrato che nella squadra che si mette ad investigare, due poliziotte (una è Toni Collette) che si conoscono e iniziano ad apprezzarsi strada facendo.

Poi c’è Undone, che ancora non sono riuscito a capire se m’è piaciuto. Poche e brevi puntate realizzate con la tecnica del rotoscoping, che è una cosa che a me personalmente non attrae (e forse ha contato qualcosa). Una ragazza con lievi disturbi di schizofrenia, dopo un incidente inizia a vedere il padre, morto quando era bambina, che gli spiega come manipolare il tempo per tornare indietro e cercare di salvarlo. Molto psicologico (qual è la schizofrenia, qual è la realtà?), fatto anche bene tecnicamente, non mi è dispiaciuto vederlo (nonostante la tecnica utilizzata), ma non so se mi verrà voglia di vedere la seconda stagione.
Mezzo pippone mezzo spiegone.

Un po’ di tempo fa invece mi sono visto In The Year of Our Lord (aka Red Riding), una cosa inglese di tre film/tv un po' vecchiotta, tratta da una tetralogia di David Peace, con diversi attori abbastanza conosciuti: Sean Bean, Jim Carter, Paddy Considine, Andrew Garfield, Rebecca Hall, Sean Harris, Peter Mullan, ecc. Il tutto si svolge in un arco narrativo che va dal 1974 al 1983, tra pedofilia, omicidi di adolescenti, corruzione della polizia, misteri famigliari, ecc.
Mòrono come le mosche e il più pulito cià la lebbra.

Anche You’re the Worst è vecchiotta, ma faceva abbastanza ridere, la penultima stagione un po’ loffia, si è risollevata con un po’ di mestiere in quella finale, ma alla fine, anche qui, roba breve che passa senza troppi sforzi. Lui è una specie di scrittore, lei una bipolare, si accoppiano casualmente e finiscono per formare un’unione contro ogni logica. Attorno a loro un ex marine folle con PTSD e la passione per la cucina e la scrittura comica e una matta furiosa sposata con un bambacione pluricornificato, poi la sorella della bipolare e suo marito, due fenomeni di idiozia. I due fanno veramente schifo, ma lì in mezzo l’unico che sembra effettivamente sano è il marine sotto psicofarmaci.
A tratti molto esilarante.

Una cosa breve è Mrs. Wilson, tre puntate, produzione inglese, basato su una storia vera. Siamo negli anni ’50, lei torna a casa dal lavoro, abbraccia il marito scrittore, prepara la cena, lo chiama e lui è stramazzato stramorto. Ma chi è, anzi, chi era, ‘sto morto da vivo? Scrittore, agente segreto, eroe di guerra, medico, spia internazionale, portantino, delinquente… millantantore? Di sicuro aveva un grande concetto della famiglia.

The Terror invece è una cosa dell’anno scorso, tratta da una storia vera anche questa. La HMS Terror era una ex nave da guerra britannica poi utilizzata nell’esplorazione, che assieme alla gemella HMS Erebus si perse tra i ghiacci, alla ricerca del passaggio a nord ovest, nel 1845 (tra l’altro le hanno ritrovate nel 2016). Seguiamo le vicende (ovviamente romanzate, non sappiamo praticamente nulla di quel che accadde) dei due equipaggi alla ricerca di un modo per sopravvivere, con una forte presenza mistica sciamanica che ci si mette pure lei a rompe’r cazzo. Stagione secca, molto lenta, ma non male se piace il periodo storico.
È uscita da poco una seconda stagione, anche questa antologica, The Terror: Infamy, che invece racconta dei cittadini di origine giapponese residenti in USA (e anche delle generazioni nate lì, che erano a tutti gli effetti statunitensi) internati nei campi di prigionia ai tempi della WWII, anche qui co’r demonio che già questi so’ messi male, te ce metti pure te a semina’ zizzania.
Devo dire che questa l’ho accannata dopo la quarta puntata, m’aveva sfrantumato la minchia.

Due stagioni invece per Big Little Lies, del regista d’interni (lo chiamo così perché se nelle cose sue non ce so’ case da mijardi de petroldollari sembra che nu’ je piace) Jean-Marc Vallée (autore anche di due film non del tutto da buttare e ambedue tratti da storie vere, Wild – basato su sceneggiatura di Nick Hornby che racconta di una tipa con un sacco de cazzi che decide di farsi il Pacific Crest Trail – e Dallas Buyers Club – su quel matto che prima di morire di Aids decise di rompere il cazzo a tutto il sistema sanitario USA – e di una serie che vedremo dopo). Qui siamo a Monterey (Big Sur, uno di quei posti che una volta nella vita vanno viaggiati e vissuti, pure se siete delle pippe sulla tavola da surf), in mezzo a famiglie ricchissimerrime e molto fashion, a parte una sfigata che a malapena viene sopportata, quando improvvisamente il marito di una di queste cade dalle scale e mòre e, pensa, non si drogava neanche…
La prima stagione, che doveva essere unica, verte sull’indagine della polizia e sulle vite intrecciate de ‘ste cinque donne (che tra l’altro so’ Reese Whiterspoon, Nicole Kidman, Zoë Kravitz – che sarebbe la figlia di Lenny e di quella Lisa Bonet che da regazzini ci saremmo tutti schioppati volentierissimamente quando faceva i Cosby, poi fece pure Angel Heart, con un bolso e luciferino De Niro, e poi è praticamente scomparsa –, Laura Dern e Shailene Woodley, ma nel cast ci sono altri bei nomi, tipo Alexander Skarsgård, Adam Scott ecc.). Poi, visti i sòrdi incassati, ne hanno fatta una seconda. Per me al limite del necessario forse pure meno, ma la presenza di Meryl Streep (alla sua prima esperienza seriale da protagonista) l’ha nobilitata: un ditarculo che lèvete, che je vòi di’?

Dicevamo de ‘sto Jean-Marc, bene, a cavallo delle due stagioni se n’esce anche con Sharp Objects, miniserie tv con una scocciatissima (nel senso di rimessa assieme con lo scotch – il nastro, sì, ma pure il whiskey) Amy Adams, giornalista che torna nei luoghi della sua infanzia per indagare sulla scomparsa di due ragazzine. Ritroverà quella matta della madre, Patricia Clarkson, e tutto il resto della famiglia, la più ricca e importante del piccolo centro, nella loro splendida dimora, più volte citata in libri e riviste (l’avevo detto che era un regista d’interni, no?!).
Sai che te dico? Era meglio se restava al giornale…

The End of the F***ing World è invece ‘na cosa de du’ regazzetti mezzi schiodati, tratta dall’omonima graphic novel di Chuck Forsman. Lui è convinto di essere una specie di serial killer sociopatico, lei ‘na zoccola, decidono di unire le due disperazioni e scappare, ‘indove non se sa. La prima stagione è veramente figa, sospesa tra paturnie adolescenziali e crime story in salsa british humour con spolverate di grottesco andante, tra l’altro sono otto puntate ma messe insieme faranno sì e no tre ore, quindi si vede in un mezzo pomeriggio piovoso di quelli che fai il muschio sul divano.
È uscita da poco la seconda stagione (la prima è di qualche anno fa), ne hanno parlato bene, ma non l’ho vista.

Terminata con la sua terza ed ultima stagione, The Deuce (da noi ci hanno aggiunto “La via del porno”…) ci ha lasciato con la malinconia di fondo che ci aveva già accompagnato in questi tre anni.
Siamo nella NY a cavallo tra i ’70 e gli ’80, appunto sulla Deuce, che è come chiamavano la 42esima dalle parti di Times Square, un vero e proprio puttanaio, una terra di nessuno sporca e infida dove se annava bene te pijavi le piattole, sennò te sparavano addosso.
Sono gli anni in cui viene legalizzata l’industria del porno e seguiamo diversi piani narrativi legati a vari personaggi, dai papponi neri con assortimento de mignotte, alla star del porno in ascesa, dalla battona di una certa età che si scopre regista ai mafiosi italoamericani, ma soprattutto viviamo tutto attraverso le gesta di due gemelli, Frank e Vincent Martino, entrambi interpretati da un James Franco perfetto nel tratteggiare entrambi i ruoli, accompagnato da un bel cast con Maggie Gyllenhaal, Chris Bauer, Michael Rispoli e decine di altre facce da fiction.
È un periodo di transizione, gli ultimi botti di capodanno prima che la crisi si porti tutto via, la vecchia malavita cede il passo alla nuova e dal racket si passa allo spaccio di droga, la prostituzione scopre una propria evoluzione con l’avvento dei film, un gruppo di imprenditori decide di ripulire la zona per farci soldi e su tutto grava lo spettro dell’AIDS che si sta diffondendo rapidamente.
La serie è scritta da George Pelecanos e David Simon, che qualche anno fa cambiarono la logica del poliziesco/crime televisivo con The Wire (che uscì contemporaneamente con The Shield, altra serie che ridefinì montaggio e trame – con le prime aperture ad attori cinematografici, Glenn Close, Forrest Whitaker, ecc – , e che ancora portiamo nel cuore).

E per non cambiare troppo epoca, passiamo a Glow, che starebbe per Gorgeous Ladies Of Wrestling. Siamo a metà anni ’80 e un canale tv di secondo piano mette su una trasmissione di wrestling femminile.
Ora, detta così pare ‘na stronzata, invece funziona benissimo, siamo alla terza stagione e va ancora alla grande (anche qui puntate brevi).
Tutto viene messo in mano a un regista stronzo come poche cose, scorbutico, inaffidabile, incazzato co’ tutto il mondo, che tira su un cast de casi umani quasi imbarazzante, dall’attrice in cerca di una parte che si attacca a tutto a quella che ha sfiorato il successo ed è finita ai margini, da una riccastra che non si capisce cosa ci faccia lì a una che si crede (e si veste e si comporta come) una lupa, da un produttore pecora nera della famiglia ad altra varia umanità che assume contorni leggendari.
È molto divertente, ma non spassosa, come la precedente mantiene un’aura di malinconia, questa volta frutto della loro precarietà lavorativa e delle proprie vite che presentano il conto, quando meno te l’aspetti.

Chernobyl l’ho approcciata un giorno che m’ero finito tutto e non avevo voglia di vedermi un film, convinto che mi sarebbe bastata la prima puntata. E invece devo dire che è fatta molto bene, mantiene viva l’attenzione e racconta tutto in maniera molto asciutta e in appena cinque puntate. È una docufiction, ovviamente, ma tutti i personaggi (tranne una) sono reali e c’è poco, da quel che dicono, di romanzato.
Vale assolutamente la pena.

Hill House è una miniserie diciamo horror/soprannaturale, devo dire che finché l’ho vista mi è anche relativamente piaciuta, però a distanza di tempo mi pare ‘na (mezza) stronzata, se non piace il genere secondo me è inutile riperticarsela.

Invece una delle ultime viste è Living with Yourself, comedy drama con un tipo che lavora in un'agenzia di pubblicità e le cose non gli vanno benissimo, si vede anzi surclassato da uno che era'r cojone dell'agenzia (tra l'altro è il marine stressato di You're the Worst), gli sta sfuggendo un po' tutto dalle mani, quando proprio il cojone gli dice guarda, fa' 'na cosa, io so' annato a 'sta SPA, so' tornato che ero un altro. E così fa pure lui. Ed effettivamente… Diciamo che temevo che la commedia degli equivoci durasse una stagione intera, tra lui e la moglie e le cose nascoste, invece azzerano tutto alla terza puntata, non è malaccio, ma non so se mi verrà voglia di vedere la seconda stagione…