Nuova puntata di Intrighi a Milano (uscita nell'estate 2018)
Wilson e l’allarme perduto
di Olimpio Guido

Un bel quartiere di Buenos Aires. Negozi, un ristorante dove arrostiscono carne. Poco distante un piccolo accesso, senza insegne, su una saracinesca abbassata. Entriamo in un garage con alcune vetture. Le superiamo per dirigerci verso un’altra porta, sul fondo. Chi mi accompagna fa da guida e qui la sorpresa: un corridoio, stanze, scrivanie, persone al lavoro tra carte e fascicoli. È l’ufficio di un servizio di sicurezza che si è occupato di terrorismo mediorientale in Argentina, paese colpito per due volte da attentati anti-israeliani. E sono arrivato fin qui per indagare su quegli attacchi, ho compiuto diversi viaggi spingendomi anche nel vicino Paraguay. Era la seconda metà degli anni 90. Lontano nel tempo, lontano da Milano, ma solo in apparenza. Perché la nostra città era vicina, tenuta insieme a quelle pagine di terrore da contatti telefonici e strani personaggi.Dobbiamo per forza tornare indietro, all’8 luglio del 1994. Un brasiliano, Wilson Roberto Dos Santos, giramondo dal passato fumoso, capace di farsi passare per pilota o ingegnere, ha un’informazione importante da comunicare: vi sarà presto un’azione contro un obiettivo ebraico in Argentina, a organizzarlo una cellula filo-iraniana basata nella cittadina paraguayana di Ciudad del Este. Un pezzo di notizia che lui ritiene buona. E decide di passarla a tre consolati a Milano, le rappresentanze di Brasile, Argentina e Israele. I funzionari lo ascoltano, girano la nota, ma oltre non si va nonostante vi sia una nuova segnalazione da San Paolo. Passano pochi giorni e tutto cambia perché davvero c’è una strage, proprio a Buenos Aires, come aveva predetto Dos Santos. Combacia anche l’obiettivo.Un ordigno — in apparenza celato dentro un camioncino — sbriciola la sede dell’associazione ebraica Amia, 85 le vittime. Gli agenti ipotizzano che ad attivare la carica sia stato un kamikaze, sui mandanti molte le teorie. L’Iran è chiamato subito in causa, c’è il sospetto che elementi guidati da Hezbollah e agenti khomeinisti abbiano ripetuto l’operazione che aveva devastato nel 1992 l’ambasciata di Israele. Episodi della guerra segreta tra i due nemici. Ma attorno — tra depistaggi, menzogne, manovre d’ogni tipo — proliferano scenari che coinvolgono la Siria, militari neonazisti, polizia corrotta, una commistione di tutto questo.Un teatro dove la figura del brasiliano sembra costruita apposta per confondere gli investigatori. Dos Santos ha fatto mestieri saltuari, ha conosciuto un’iraniana, Nasrim Mukhtari, donna dalle occupazioni più diverse, non sempre nobili. Frequentavano lo stesso bar di Buenos Aires, il Casablanca, punto di inizio della storia. Wilson riappare dall’altra parte dell’Atlantico spostandosi tra Europa e Medio Oriente. Fa il dj in una radio di Torino, gira per l’Italia insieme alla figlia di un riccone brasiliano, ritrova Nasrim, insieme passano del tempo con degli italiani che dimenticheranno in fretta quell’amicizia. Quando li cercheremo, molto tempo dopo, replicheranno con «non ricordo». Ricavo tante suggestioni dal colloquio con una fonte a San Paolo del Brasile, ma sono dati di contorno. A Ciudad del Este «vedo»come l’Hezbollah libanese ed elementi sunniti abbiano creato uno snodo per far soldi. Ci sono moschee, mullah, una robusta comunità mediorientale e poi una corona di centri commerciali pieni di mercanzia. A basso costo, spesso taroccata. Ricordo ancora le copie perfette di un telefonino di marca. Un altro mondo dove si incontrano spie e contrabbandieri, faccendieri e «creature»come Dos Santos, che sanno tutto e niente.Il brasiliano ci mette del suo. Nel novembre del 1994, ritratta sostenendo che aveva tirato a indovinare, non c’era alcuna soffiata sull’attacco. Possibile? Wilson è un informatore dei brasiliani impiegato per innescare l’allarme ed è stato mollato quando non serviva più? Nulla di strano, molto spesso gli 007 fanno così. E' stata una manovra o pura millanteria?

Lui scompare, quindi torna sotto gli occhi di tutti in quanto lo mandano sotto processo. Finisce con una condanna a sei anni per falsa testimonianza, pena in seguito ridotta a tre. La sua amica, Nasrim, verrà acchiappata con un’operazione dei servizi in Svizzera e portata a Buenos Aires, ma non dovrà rispondere di nulla. Ricaleranno nel buio mentre l’inchiesta sarà frenata da veleni, testimoni poco credibili, magistrati silurati.

Gli inquirenti scopriranno tracce di telefonate tra la capitale argentina e alcune località italiane: un fax installato nell’allora Fiera di Milano, un numero di un paesino del Comasco, un ufficio diplomatico a Roma. Frammenti in un mare di detriti, percorsi secondari senza sbocchi in una vicenda impossibile da chiudere. Il 18 gennaio 2015 trovano senza vita Alberto Nisman, il procuratore convinto della responsabilità dell’Iran e grande accusatore della ex presidente Cristina Kirchner, sospettata di aver voluto coprire il regime iraniano per salvaguardare gli affari. Nisman si è suicidato, è la prima versione. Due anni dopo si parlerà di omicidio, ma senza arrivare ad un verdetto definitivo e accettato. Chissà se un giorno le vittime dell’Amia avranno giustizia.© RIPRODUZIONE RISERVATA